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Il Monte Baldo

Da “Itinerario sul Monte Baldo”
a cura dei ragazzi dell’Istituto Tecnico del Turismo “Sacra Famiglia”
Via B. Giuseppe Nascimbeni, 12 – 37010 Castelletto di Brenzone (VR)


Il Monte Baldo è una tipica montagna prealpina che si estende nel veronese per circa 30 km (in senso sud-nord verso il trentino), si tratta della catena montuosa più occidentale delle prealpi venete. Possiede cime piuttosto alte, che si elevano oltre i 2200 slm. La vetta più alta è: Cima Valdritta (2218 m), seguono Punta Telegrafo (2199 m) Cima Pozzette (2128 m), Monte Altissimo (2078 m) e per finire il crinale di Costabella (2062 m). Il Monte Baldo si delimita a nord della valle del Loppio, ad ovest dal Lago di Garda, ad est dalla Valle Lagarina e a sud dalla Conca Caprino e dall’anfiteatro morenico di Rivoli veronese.

Geologia

La catena si è formata nell’Era Cenozoica (tra 65 e 2 milioni di anni fa), in seguito alla compressione dovuta alla collisione tra la placca Africana e quella Eurasiatica. I calcari più antichi sedimentarono nel Triassico superiore e poi intorno ai 35 milioni di anni fa, questi sedimenti, cominciarono ad alzarsi generando una primitiva catena. Successivamente il Baldo è stato modellato dai fenomeni erosivi formando le valli, i canaloni, i fenomeni carsici e i circhi glaciali. Questa è una montagna costituita prevalentemente da rocce sedimentarie di tipo carbonatico e in particolare da calcari e dolomie.

La flora del Monte Baldo

Conservazione del patrimonio forestale, da un lato, e faunistico dall’altro sono i motivi fondamentali che hanno spinto all’individuazione ed alla realizzazione di aree protette, una delle quali Riserva Integrale “Lastoni- Selva Pezzi”. Molte specie di fiori, come l’anemone del M. Baldo e la carice del M. Baldo, pur presenti in molte altre zone delle Alpi, sono state trovate e classificate per la prima volta sul Monte Baldo ed è per questo che hanno ricevuto l’appellativo “baldensis” o “baldense”, usato nella denominazione scientifica. La boscaglia prealpina sul Monte Baldo comprende vaste zone dalle caratteristiche molto diverse fra loro: aree boschive e arbustive più o meno fitte, pareti verticali quasi prive di vegetazione, brulli pendii morenici, prati verdi e radure aride, cumuli di detriti glaciali e profonde valli rocciose. A nord e ad est la boscaglia si fonde nella sua parte più elevata con la faggeta, mentre a sud confina con zone agricole e leccete; ad ovest invece sovrasta gli oliveti e le boscaglie di leccio. Originariamente il Monte Baldo era coperto di foreste molto estese; il continuo disboscamento ha causato la progressiva diminuzione degli alberi di alto fusto mentre altri tipi di alberelli e di arbusti sono riusciti a prendere il sopravvento come i “nuovi coloni”, formando così la boscaglia come oggi la conosciamo.
Attualmente la boscaglia non viene più utilizzata come un tempo. La boscaglia è formata prevalentemente da associazioni di caprino nero, o, corniolo e maggiociondolo, il nocciolo un elemento tipico della boscaglia. La riserva integrale che si chiama Selva Pezzi è caratterizzata da abete bianco e rosso e larici; più in basso dal faggio.

La fauna del Monte Baldo.

Ricco di foreste il Baldo era un tempo un’area faunistica molto popolata. Nei secoli scorsi vi trovarono gli orsi e i lupi. Anteriormente al ‘700 erano numerosi anche i cervi e i cinghiali, l’orso è scomparso agli inizi dell’800 e in passato doveva essere abbastanza comune, così per il lupo. Ancor oggi si possono trovare le particolarità faunistiche del baldo, benché limitate ad alcune specie di invertebrati. La presenza di alcune specie di insetti sembra che possa essere messa in relazione come il glacialismo. È il caso di alcune farfalle che hanno il loro habitat nella parte più elevata della montagna. Abbassandosi lungo le pendici baldensi si ritrovano specie via via comuni in tutta l’area prealpina e appartenenti sia alla fauna più propriamente alpina, sia a quella padana. Tutto ciò riguarda vertebrati e invertebrati. Nei boschi baldensi si trovano diversi mammiferi, uno dei più comuni è lo scoiattolo, mentre la lepre si spinge verso l’alto fin sopra le ultime faggete; negli acquitrini lungo i percorsi si possono osservare i tritoni alpensi. si possono osservare anche numerose specie di uccelli come picchi, ghiandaie, gazze, cince, ecc. non mancano il gufo, comune e reale, la civetta, il barbagianni e diurni, tra questi il nibbio bruno e la poiana; sono stati inoltre avvistati il grifone e il falco pellegrino. Si parla spesso a proposito del baldo dell’aumentata diffusione delle vipere e, lungo le stradine mulattiere dei ramarri.

L’ambiente e l’uomo sul Monte Baldo.

Fin dall’epoca romana e medievale il Monte Baldo è stato interessato da una consistente pastorizia ovina e caprina con forme di trasumanza lungo percorsi tradizionali. Da alcuni documenti risulta come diversi greggi di ovini raggiungevano in estate i pascoli baldensi.

I pastori utilizzavano come rifugio nella zona più elevata, piccoli ricoveri costruiti con muri a secco (di calcare) ricoperti di paglia, frasche o rami di pino mugo. (tratto da “il Baldo” quaderno culturale del 1990 n°2) Solo con un’adeguata conservazione del paesaggio si può consentire un armonico sviluppo economico e territoriale della montagna. Non va trascurata la difesa del patrimonio ricco di valori architettonici e tradizioni strettamente legate alla vita dei montanari che rappresentano un tipo di cultura la cui difesa consente di raggiungere, oltre ad una sicura stabilità sociale, uno sviluppo economico più equilibrato. Mulattiere e altre vie di penetrazione, edifici per l’uomo (baiti) e per il bestiame (stalle), pozze e cisterne, acquedotti, sorgenti, altre infrastrutture, costituiscono assieme a stabilità del suolo, regimazione delle acque e difesa della natura, le premesse necessarie per l’inserimento di nuove attività umane ed in particolare, per una concreta prospettiva di realizzazione delle aree di benessere integrato, che saranno probabilmente al centro della politica ambientale dell’operatore pubblico nei prossimi anni. (tratto da “Vita del Monte Baldo” ambiente e uomo n°1) Durante il nostro percorso siamo arrivati alla località Prai dove abbiamo visitato una vecchia baita di circa 150 anni. Questa baita era utilizzata come rifugio dai pastori che d’estate salivano sul monte Baldo con i greggi di ovini. Questa baita come altre baite presenti sul monte Baldo, è stata costruita con muri a secco (di calcare) ricoperte di tronchi di pino e lamiere.

Grazie alla testimonianza del proprietario abbiamo capito come si viveva una volta sul monte Baldo, cioè solo di pastorizia e non di turismo come avviene adesso. La baita veniva abitata da maggio a fine ottobre, usata per mangiare e per dormire perchè il resto della giornata la si trascorreva nei prati a raccogliere il fieno, la legna o per governare il bestiame (pecore e mucche). Nella baita c’era il necessario per vivere: l’acqua che si attingeva dal pozzo o cisterne interne che raccoglievano l’acqua piovana; il fagoler per scaldarsi e cucinare polenta, “carbonera” o minestre di fagioli) e la benela per riposarsi. Il bait era fatto di muratura, sassi e calce; il tetto di legno de pés e altrettanto la benela e la porta. Il pavimento di molina. Tutto si risolveva in una stanzetta. Quasi sempre attaccata c’era una specie di serrai (recinto) di legno o muro a secco in parte ricoperto da frasche (rami) con ricovero per gli animali.

I vocaboli della nostra tradizione.

BÀIT: baita, capanna alpestre. Localmente “bait/bàita” è solo voce contadina. Nella zona del Baldo pur attraversato per cinquant’anni dal confine italo-austriaco, la voce “bait/bàita” significò sempre “capanna alpestre”.

BÈNELA: è il giaciglio dei malghesi, dei falciatori di montagna e dei boscaioli. È formato da un tavolo di assi o da un fitto e robusto intreccio di vimini ricoperto da foglie, paglia o erbe secche, ben distese sotto un rozzo lenzuolo. Un’impalcatura solidamente piantata nel pavimento sostiene due/tre di questi giacigli sovrapposti uno sopra l’altro.

FAGOLÈR: da foch, che significa “fuoco”. Foneticamente è uno dei termini paradigmatici della maturazione del gruppo vocalico “uo”, o “o”. Per quanto riguarda i significati, ripete quella della lingua italiana e la voce vale tanto “fuoco”, quanto “focolare”, anche se per quest ultimo esiste il corrispondente significato “fagoh”, ormai però in lento declino sopraffatto dal moderno “caminetto”.

PÈS: la voce ha il doppio significato di “pesce” e di “ peccia”, o “pezzo”, conosciuto più specificatamente come “abete rosso”, conviene dire che localmente non si fa una grande distinzione fra i vari tipi di abete, pur essendone ben note le differenze. Il secondo valore del termine, cioè “pés” come “pezzo”, è legato al sostantivo “pice” (=pece, ragia). Del resto, il nome latino della pianta è ”arbor picea” e quello scientifico “picea excelsa, che l’italiano abitualmente traduce con “pino silvestre”. Localmente è pianta molto diffusa, tanto da lasciare il segno anche nella toponomastica baldense, dove esiste la “Selva Pés”.

PÓS: dal latino “puteum” che probabilmente ha una derivazione dall’etrusco “pute” dove valeva “recipiente per liquidi, “vaso”. Abitualmente si indica una “raccolta d’acqua in terra notevolmente larga così da servire in montagna da abbeveratoio per animali”.

MOLÌNA: è un ciottolo; sasso arrotondato e levigato da rotolìo. È il diminutivo del letterario “mole”; quindi propriamente equivale a “piccola mole”; si tratta cioè di un “grosso masso” che fattori meteorologici e meccanici hanno ridotto a proporzioni minuscole, cioè a “ciottoli”, il cui valore è “grosso masso”.


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